È complicato

È complicato. È molto complicato. Questo ci ripetono le persone che lavorano in Libano da anni. È vero, è complicato capire fino in fondo le dinamiche di questo Paese che ci è stato descritto come il paese dell’illegalità, dove il terzo figlio maschio è di Hezbollah ovvero diventerà un militare, ma non per una legge dello Stato ma per una molto più forte e radicata, quella sociale. Il Paese dove le famiglie hanno in casa una ragazza scelta a catalogo in agenzia e fatta arrivare dal Sudan, dall’Etiopia o dalle Filippine a seconda dello stato sociale della famiglia, che all’arrivo viene privata di passaporto per due anni e in taluni casi viene trattata alla stregua di una serva tanto che talvolta per disperazione si suicida o scappa finendo in giri di sfruttamento ancora peggiori. Tuttavia è anche il paese di centinaia di volontari che lavorano per associazioni locali che si prodigano a favore degli sfollati e delle vittime di violenza ed emarginazione, per provare a cambiare qualcosa, una goccia nel mare forse, ma il cambiamento comincia anche così.

Dopo due giorni a Tiro partiamo per raggiungere Bekaa una località situata nella valle parallela alla costa tra la prima e la seconda quinta di montagne dietro Beirut. Ripassiamo da Sidone ma nelle vie principali e finalmente scorgo splendide rovine di roccaforti che si protendono in mare. Un pellicano, che pareva una statua tanto era immobile, dritto in piedi su un copertone esausto accanto a un banco del pesce, d’un tratto spalanca l’enorme becco forse a reclamare una razione di pesce. Percorriamo il viale attorniati da ambo i lati dalle bandiere gialle di Hezbollah, perché il sud del paese è quello più povero e di prevalenza sunnita. Poco prima di arrivare a Beirut iniziamo a salire verso il colle che ci porterà nella valle di Bekaa. Queste erano le montagne dove crescevano i cedri, ormai confinati in piccole riserve protette, e tra queste c’è il Sannin, un monte venerato in passato dai libanesi. Queste montagne hanno dato il nome al paese stesso (laban significa latte e richiama il colore delle vette innevate) e per quanto spogliate e scavate per esser depredate delle loro ricchezze, hanno ancora un fascino particolare. Hanno il colore della terra arsa dal sole dove il caldo è secco e il cielo è terso. Mentre saliamo, sotto appare evidente la cappa dell’inquinamento che opprime Beirut. Le case che incontriamo sono coperte di pietra e questo le rende meglio inserite nel paesaggio sebbene non vi sia sicuramente un piano di sviluppo edilizio. Gli edifici non sono ammassati e non si vedono in giro montagne di rifiuti, ma si scorgono in lontananza i fumi dei fuochi delle discariche abusive. Ci fermiamo per una sosta lungo la strada a doppia corsia, dove un uomo in un furgone ci prepara un caffè. Pochi minuti e si riparte. Passato il colle e qualche posto di blocco, iniziamo la rapida discesa verso la valle verdeggiante e in breve arriviamo a destinazione. Il posto è un impianto di separazione del rifiuto, esempio virtuoso e fiore all’occhiello dell’area, forse dell’intero Paese.

Accanto all’impianto ci sono vigneti coltivati dai rifugiati siriani che vivono nei campi profughi adiacenti. Dei siriani bisogna sapere che sono circa 1 milione (ovvero un quarto della popolazione in Libano) e che da otto anni vivono in condizioni disumane in attesa di rientrare in patria. Ci sono persone che, arrivate da bambini, si sono trovate adulte senza aver avuto accesso ad istruzione, cure, servizi di base, lavoro e sono privi di una dignità sociale. I genitori sono privati del loro ruolo genitoriale, inermi nel veder crescere i propri figli senza poter far nulla per garantire loro qualche prospettiva futura, se non quella del miraggio del ritorno, chissà dove e chissà quando.

Facciamo i saluti di rito ed entriamo a visitare l’impianto. Subito ci raccontano qual è la situazione dei rifiuti in Libano: il rifiuto è per lo più indifferenziato, la gente non ha interesse a produrne meno e nemmeno a separarlo, montagne di immondizia vengono gettate in discariche abusive o in mare perché ormai queste sono piene e un po’ dovunque si vedono i fumi dei rifiuti che bruciano. Certamente è necessario iniziare sin da subito una campagna di educazione della popolazione e nelle scuole, attraverso pubblicità, laboratori ed eventi che spieghino come ridurre e separare. Si deve ragionare su leggi che permettano di ridurre gli imballi, prevenire il littering, favorire la nascita di impianti in grado di riciclare i materiali e magari in dieci-quindici anni la situazione sarà davvero migliorata. Intanto però bisogna gestire un’emergenza e non sono sicura che impianti come quello di Bekaa, sebbene un’eccellenza ed esempio di best practices sia la soluzione. Almeno per quello che ho visto.

Camion di rifiuti indifferenziati entrano in un capannone dove riversano il carico che viene prelevato da ruspe e caricato dentro macchinari che rompono i sacchetti, fanno una prima grossolana separazione del materiale e riversano il resto in nastri trasportatori. Manualmente uomini e donne separano i diversi materiali. Il materiale riciclabile viene portato in un piazzale esterno, compattato e rimane in attesa di esser prelevato (se non prende fuoco nel frattempo). La parte non riciclabile viene messa nella discarica adiacente e secondo le migliori pratiche viene ricircolato il percolato per produrre ancora più biogas. Forse, perché su questo punto c’erano dei dubbi.E’ impossibile ritenere tale impianto una soluzione “pulita” per la gestione dei rifiuti dopo esserci entrati. Dopo 40 minuti circa io (e non solo io) non ne potevo davvero più. La sensazione era opprimente, la puzza in alcune zone nauseante (sebbene questo impianto sia tutto sommato ben gestito) e passare la giornata a rovistare nell’immondizia è a mio avviso una condanna. In questo luogo i lavoratori erano siriani, per la maggioranza donne, sebbene i rifugiati non potrebbero lavorare. Il motivo è che nessuno vuole lavorare lì, dove solo la rassegnazione ti può portare. Ed è proprio rassegnazione quella che ho visto in una ragazza che per un attimo ha incrociato il suo sguardo con il mio. Circa il beneficio va detto che solo piccoli volumi di materiale riciclabile riescono ad essere separati, mentre il resto va in discarica a occupare suolo e produrre biogas che attualmente non viene utilizzato. La dispersione nell’ambiente del gas in eccesso causa peraltro un danno importante, essendo tale prodotto ad elevato effetto serra. Guardando dall’alto la coltre delle emissioni degli autoveicoli e delle centrali a petrolio su Beirut (ma forse anche in Pianura Padana) mi chiedo infine quanta preoccupazione in più possa destare un termovalorizzatore la cui emissione si ripercuote peraltro in modo infinitesimale su tutti e non in modo spaventoso solo su pochi emarginati. Chissà se chi preferisce queste tecnologie andrebbe mai a lavorare in questi impianti o manderebbe i propri figli.

Tiro

Lasciamo Beirut alla volta di Tiro. L’aspettativa è alta: descritta da tutti come affascinante e piacevole meta turistica, Tiro è la culla della civiltà fenicia e dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Tiro, Biblo e Sidone tre nomi che mi echeggiano nella testa come una promessa.

Uscire da Beirut non è stato semplice nell’ora di punta. A questo disordine ci si abitua rapidamente però e in breve pare quasi normale, se non sei l’autista ovviamente. Ad un tratto tutto si blocca perché un camion non passava sotto un ponte stradale. Il mezzo si ferma, due uomini salgono a 4-5 m in cima al carico e iniziano a smontarlo per raggiungere l’altezza che permettesse di passare. In qualche modo il fiume in piena di auto adatta la sua traiettoria intorno all’ostacolo e si riprende il moto.

Il paesaggio di periferia è ancora più desolante e povero e i rifiuti sono dovunque. Ancora posti di blocco, militari, filo spinato e si intravedono alcune canne di carri armati parzialmente nascoste dalla vegetazione di un alveo fluviale. La strada ora serpeggia lungo la costa dove i rifiuti vengono gettati in mare perché i comuni non sanno più dove metterli. D’un tratto appare Sidone. Cerco avidamente di scorgere i segni dell’antico splendore, ma nulla,  quello che vedo pare un castello di sabbia preso a calci da un bambino. Rapidamente Sidone passa e io penso: certamente Tiro sarà differente.

Il percorso si snoda in mezzo a distese di bananeti e finalmente raggiungiamo Tiro. Lasciamo i bagagli alla foresteria al decimo piano di un edificio dal quale si scorgono i resti dell’ippodromo romano (ora coperti dai palchi preparati per il festival), le spiagge e in fondo quelli che in Libano chiamano i territori occupati della Palestina, ovvero Israele, un nome che è meglio non pronunciare in pubblico da queste parti.

Alla sera usciamo a fare un giro a Tiro alla spasmodica ricerca della sua identità, quella dei navigatori che fondarono Cartagine. Immediatamente ci troviamo in mezzo al caos delle macchine, dei motorini e delle musiche arabe che escono a tutto volume dai finestrini delle auto di coloro che non vogliono passare inosservati. L’odore di gas di scarico è pungente e a tratti si mescola alla puzza acre dei rifiuti che si decompongono al sole. L’immondizia è un po’ dovunque e i minareti paiono braccia che cercano di elevare il canto della preghiera più in alto, più vicino a Dio, certamente piú lontano dai rifiuti e dal caos.

I palazzi del  lungomare sono belli e moderni ma basta andare poco oltre per trovare case fatiscenti.Sulla spiaggia al tramonto gruppi di donne arabe fumano il narghilè sedute con i loro lunghi abiti adagiati come corolle sulla sabbia e i bambini giocano a rincorrersi con le onde sul bagnasciuga. E finalmente eccola l’antica Tiro. Soffocata alle spalle dalla città impertinente, stava adagiata sulla spiaggia rivolta verso il mare che le aveva dato un tempo ricchezza e prosperità, in un tramonto meravigliosamente immutato da migliaia di anni.

Beirut

Più volte ho sentito i miei figli ripetere la lezione di storia sui fenici: Tiro, Sidone e Biblo erano splendide città dove gli artigiani inventarono la porpora e da cui commercianti e avventurieri partirono a bordo delle navi di cedro, simbolo del Libano, per esplorare il Mediterraneo e fondare grandi colonie come Cartagine.

Finalmente arriva l’occasione di visitare il Libano e pochi giorni fa io e Mario atterriamo a Beirut. Lo spettacolo appare desolante, caotico e contraddittorio. Palazzi crivellati di colpi, fatiscenti e talvolta parzialmente crollati sono tutt’ora abitati e si alternano a edifici moderni e lussuosi. Lungo le vie sono numerose le postazioni militari e il filo spinato corre lungo quasi tutti i muri. Habibi, habibi si ripetono con sorrisi e stringendosi la mano, ma appena salgono in macchina non esistono più regole se non una: è meglio non reagire a nulla perché i più sono armati e potrebbero sparare. I minareti sfilano veloci dal finestrino e il richiamo alla preghiera si diffonde nell’aria tra le croci delle chiese adiacenti alle moschee. Le donne velate con abiti lunghi e scuri muovono un passo affrettato accanto a ragazze in jeans e maglietta che camminano distrattamente mandando messaggi al cellulare. I motorini guidati da bambini seduti davanti ad uno o due adulti, sfrecciano in tutte le direzioni tra le auto clacsonanti. Nessuno ha il casco o la cintura e talvolta negli incroci soffocati dal traffico, ci sono vigili dei quali ci si accorge solo dopo che si è passati: lui si lamenta, l’autista sorride, habibi, habibi… ed è già il turno del trasgressore successivo, senza che nessuno si sia fermato o abbia dato la precedenza.

Beirut appare come una polveriera: innocua senza una scintilla, esplosiva se la inneschi. Un apparente, fragile equilibrio che nessuno osa toccare.

A bug’s life

bugslife03Il film “A bug’s life” rende bene la sensazione che deve provare un insetto di fronte ad un mondo sconfinato ed enorme. L’unico modo che ha per non esser disorientato dall’infinito insostenibile spazio, è quello di occuparsi solo di una piccola porzione di esso, senza avere l’ardire di contenerlo o di voler sollevare la testa.

Sebbene io abbia già visitato più di una megalopoli di svariati milioni di abitanti, la sensazione provata a Tokyo è stata proprio quella di un insetto in una foresta di sequoie. Le strade si aggrovigliavano come liane intorno ai grattacieli, fluttuando sospese sull’acqua a differenti altezze e su di esse i treni e le automobili si incrociavano rincorrendosi in una galassia lontana parecchi anni luce. I grattacieli si perdevano a vista d’occhio rivestiti da milioni di luci e venivano le vertigini a pensare che ad ogni luce corrispondeva una casa e ad ogni casa persone. DSCN1202 Un giro sulla ruota panoramica ci ha permesso di osservare la città dall’alto, o meglio, meno dal basso, dandoci l’illusione di poter catturare qualcosa di più di questa città che fuggiva in ogni direzione veloce ed inafferrabile come sfere di mercurio sul pavimento.

DSCN1137Dopo poche ore era già tempo di andare all’aeroporto per tornare a casa. Poche ore dall’arrivo a Tokyo, ma una infinità dal primo giorno in Giappone, ormai tanto lontano da sembrare persino un altro viaggio. O forse Tokyo è davvero l’inizio di un nuovo viaggio: il prossimo in Giappone!

Il castello che sembra galleggiare

DSCN0493Qua siamo al castello di Matsumoto. Nel parco avevamo visto un gatto e un coniglio.

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Il castello sembra che galleggia perché dalle finestre non si vedono le rocce che ci sono sotto ma il laghetto. Nel laghetto c’erano tante carpe.

Le sale erano vuote e non avevano il tatami ma il legno.

Fuori dal castello c’era un samurai. DSC_7536

Il samurai era tutto coperto anche se faceva molto caldo.

Andrea

 

Il drago e le scimmie

DSCN0306DSCN0275 Il cuore del Giappone pulsa nel corpo di un drago che freme e sbuffa mentre la sua dura scorza è dolcemente lambita da corsi d’acqua scaldati dal magma che ribolle nelle fauci. Tutte le creature assecondano con pazienza le continue sfuriate dell’indomabile bestia, che scalpita sputando fiamme, fumo e zolfo dalle grandi narici. Non tutta l’energia però vien per nuocere. Uomini e macachi hanno infatti imparato a beneficiare dei doni elargiti dall’irrequieto destriero, godendo delle proprietà terapeutiche delle acque che sgorgano dal ventre, bollenti e ricche di minerali.

DSCN0124I primi hanno adagiato villaggi intorno alle polle che intridono l’aria di vapore dal pungente odore di zolfo in un’atmosfera ancestrale.

Gli abitanti cuociono uova e verdure nelle pozze che ribollono, e hanno costellato le strade di bagni pubblici, detti onsen, in cui si recano per le quotidiane abluzioni. Anche qui naturalmente c’è un’etichetta particolareggiata e meticolosamente seguita. DSCN0117 DSCN0126DSCN0178I secondi, i macachi, ogni giorno scendono dai boschi del parco Jigokudani per andare ad immergersi nelle acque calde del fiume dove incontrano una comunità umana con la quale, fingendo di ignorarsi, si osservano reciprocamente incuriositi. Anche noi ieri siamo stati parte di questo surreale momento. Macachi e uomini si muovevano sulle rive ghiaiose del fiume rubandosi fugaci sguardi mentre svolgevano pretestuose attività. DSC_7395I maschi controllavano il territorio da posizioni dominanti emettendo grida di sfida quando qualche incauto giovane non rispettava le gerarchie. DSC_7446I cuccioli di entrambi giocavano stringendo tra le mani ghiaia e bastoni, mentre le madri li richiamavano pronte se si allontanavano troppo. Alcuni, trovandosi faccia a faccia con l’altra specie, si rifugiavano intimoriti tra le braccia materne e dopo un istante coppie di occhietti vispi spuntavano dai sicuri rifugi per continuare ad osservarsi. DSCN0151
Comunità assai familiari nella timida esuberanza dei piccoli, nella cura genitoriale e nelle occhiate lanciate di nascosto, si fondevano pacifiche in un contesto primordiale come quello che accolse il primo comune antenato.DSC_7418

Migliaia di gru

Ad Hiroshima la pioggia scendeva sul volto triste della città.

Essendo mezzogiorno ci dirigiamo verso le vie centrali alla ricerca di un locale segnalato dalla guida dove assaggiare lo okonomiyaki (letteralmente “cucina ciò che vuoi”) il piatto tipico di queste parti. Prendiamo l’ascensore in un edificio anonimo che non lasciava presagire quanto avremmo trovato al suo interno. DSC_7135Quando le porte si aprono ci troviamo in una grande cucina con scatole accatastate e numerose piastre rettangolari di almeno 3 metri (teppan), che sfrigolavano rumorosamente emettendo profumi che entravano come promesse nelle narici dei clienti. Le cuoche rigiravano abilmente con spatole metalliche le frittelle ricoperte di cavolo, germogli, uova, noodles, carne o pesce.

Terminato il pasto ci rituffiamo nelle vie commerciali rigonfie di negozi, insegne luminose, maxi schermi, suoni e colori, in un’atmosfera tuttavia uggiosa e dimessa. E non poteva essere diversamente. DSC_7142Di lì a poco lo scheletro della cupola scarnificata dalla bomba atomica il 6 agosto del 1945, sarebbe apparso spettrale a rendere spaventosamente tangibile e reale una pagina di storia. A fianco il Parco della Pace, epicentro della tragedia, custodisce la dolorosa memoria, atroce quando assume il volto dei bambini perduti. Il monumento a loro dedicato è una sorta di campana sopra alla quale una bimba in punta dei piedi fa prendere il volo ad una gru di origami, simbolo di longevità. Intorno centinaia di migliaia di gru di carta variopinte stanno con le ali chiuse, schiacciate sul corpo come a non voler mai più spiccare il volo, e paiono persino scolorire nella tristezza del ricordo della vita strappata.DSC_7153 DSC_7154

La vita di migliaia di bambini e di una in particolare, Sadako Sasaki, che ammalatasi dieci anni dopo lo scoppio, voleva realizzare mille gru di origami, convinta che questo l’avrebbe guarita.

Nella Sala Nazionale della Pace l’immagine di Hiroshima dilaniata dalla bomba è impressa come il Cristo sulla Sindone, su un mosaico che riveste a 360° le pareti della sala circolare. Ogni cosa del mosaico è permeata di morte e distruzione, compreso il numero dei tasselli che lo compongono: 140 000 come le vittime della bomba atomica. Ogni tessera contribuisce con il proprio strazio a realizzare l’orrore della città spolpata, in mezzo alla quale ci si sente perduti ed attoniti. DSC_7161

Un filmato racconta ininterrottamente, come una sorta di mantra, i ricordi e i disegni dei bambini che hanno vissuto l’incubo dello scoppio, mai lenito dal sollievo del risveglio. Dopo la discesa agli inferi, con i ragazzi un po’ provati ed incapaci di elaborare tanta atrocità, “uscimmo a riveder le stelle”.

DSC_7158Il 6 agosto si celebrerà come ogni anno la cerimonia di accensione delle candele rosse in ricordo delle vittime in prossimità della Fiamma della Pace, che finirà di ardere quando al mondo non esisteranno più armi atomiche. Chissà forse quel giorno anche le migliaia di gru spiegheranno finalmente le ali per librarsi in aria.

Il Budda di Nara

DSC_7026Il Budda cosmico, da cui tutto è stato creato, siede assorto in meditazione su un fiore di loto in una bolla senza tempo nel cuore di Nara, l’antica capitale del Giappone. DSC_7033Al suo fianco, feroci guerrieri armati di pennelli e pergamene annotano impietosi e scevri di ogni umana menzogna, le gesta delle anime che si presentano al quieto Dio.

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Migliaia di persone si affollano ogni giorno per vedere la grande statua e nel tempio i mercanti vendono spiritualità e chincaglierie sulle bancarelle. Il parco antistante protegge il grande Dio dall’insolenza della città circostante e come un’ostrica custodisce la sua perla più preziosa. DSC_7044Numerosi templi si dischiudono d’improvviso come tesori agli occhi di chi percorre i sentieri del parco sotto gli sguardi distratti dei cervi, guardiani in bilico sulle esili zampe. DSC_7064

 

Nara appare spezzata in due realtà distinte: un mondo senza tempo di quiete spirituale e un mondo in cui il tempo scandisce ossessivo ogni frenetica attività. I cervi, indiscussi padroni di entrambi, si rifugiano al cospetto del placido creatore, uscendo talvolta per le vie della città ad importunare gli incauti turisti che acquistano cibo per avvicinarli. DSC_7066

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Una gita fuori porta

Sfidando il caldo torrido ed afoso, decidiamo di fare il periplo del lago Biwa ko con il treno. Ci rechiamo così intorno alle nove del mattino alla stazione ferroviaria. La stazione di Kyoto è una struttura in vetro e metallo imponente, ma allo stesso tempo leggera ed aggraziata. Le sue linee curve si aprono a ventaglio per dare respiro alla grande scalinata che nelle ore serali diviene un teatro a cielo aperto. DSC_6918

La prima sosta la facciamo nella cittadina di Nagahama, famosa per la manifattura del vetro. Dopo esserci addentrati nelle strade deserte del nucleo storico, veniamo risucchiati dentro ad uno dei pochi edifici aperti, tappa obbligata per trovare refrigerio in una giornata dal caldo soffocante. DSC_6938Il negozio è ricolmo di manufatti in vetro, simili a quelli che si vedono a Murano, e i bambini rimangono a bocca aperta attratti dalle mille forge e dai colori sgargianti del vetro sapientemente lavorato. Con una certa insistenza e con la promessa di ripassare, riusciamo a proseguire verso il caleidoscopio gigante che giace un po’ arrugginito in un cortile angusto ed incolto dove materiale accatastato, immagini e cartelli sbiaditi, fanno intuire che in precedenza il luogo fosse stato molto più frequentato. DSC_6946

Ripartiamo verso Hikone il cui castello viene considerato uno dei più belli di tutto il Giappone. Scesi dal treno i vestiti ci si incollano addosso in un’atmosfera umida e surreale e l’aria che entra calda dalle narici scende nelle vie respiratorie togliendo il fiato.DSC_6963 Il castello bianco sonnecchia adagiato sulle rocce sotto un grande cappello grigio dalle falde arrotondate. Poco più in là pini e ciliegi si riposano anch’essi sulle sponde di un laghetto.
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Taluni, inginocchiati sulla riva e protesi verso le verdi acque da cui non riescono a trarre refrigerio, paiono anime del Purgatorio che espiano colpe di un’altra vita. Le pinne delle grosse carpe grigie accarezzano la superficie, mentre le teste delle tartarughe spuntano di tanto in tanto timide come ad un uscio che rapidamente richiudono. Numerosi pesciolini fanno la spola tra il fondo e la superficie dove inghiottono rapidi le incaute effimere che sorrette dalla tensione superficiale riposano ignare del destino che le aspetta. Ad ogni guizzo cerchi concentrici si spandono sul pelo dell’acqua intrecciandosi tra loro e ricamando il placido specchio. 
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Ripartiamo per Kyoto e d’improvviso il cielo si fa nero e minaccioso. Un violento acquazzone si accanisce sulla terra assetata e il treno fugge veloce in mezzo alla campagna squassata dal vento e dalla tempesta. Le foglie strappate dagli alberi turbinano nell’aria bianca d’acqua e il riso piega la testa schiacciato dalla furia della natura come a proteggere il tesoro che da lì a breve sarà raccolto. Nel giro di poco tutto si placa e quando arriviamo a Kyoto, naturalmente in perfetto orario, il sole basso inizia a tinteggiare il cielo di rosa.

Tutti possono sbagliare…

Un pomeriggio il papà è tornato dal lavoro e ci ha detto che aveva trovato un centro con alcune piscine calde e fredde. Subito abbiamo preparato gli zaini e siamo andati verso questo posto chiamato Aquarena.

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page_intro_img Appena arrivati ci siamo tuffati nella piscina da 25 m ma quando io, Luca e Andrea abbiamo notato lo scivolo, non abbiamo potuto fare a meno di provarlo. Dopo tante scivolate mamma e papà ci hanno condotto in un corridoio e ad un certo punto ho iniziato a vedere una tribuna con seggiole gialle. Entrato nell’enorme struttura ho visto una vasca da 50 m con 10 corsie, una con tanti trampolini dal più alto al più basso e una piccola piscina con l’idromassaggio. Ma la particolarità della piscina era il fondo che, nelle giornate aperte a tutti diventava alto 1 m e nelle giornate di allenamento diventava di 2 m circa. Un altra cosa molto buffa erano i bagnini che continuavano a riprenderci:

  • il papà stava nuotando e lo hanno ripreso dicendo che in quella corsia si poteva solo camminare,
  • io e Luca stavamo facendo una gara affiancati e ci hanno detto che bisognava nuotare tenendo la destra,
  • la mamma nuotava con la tavoletta quando è arrivato un bagnino che ha messo le mani a croce e ha pronunciato:”bidobà”.

Eppure anche loro sbagliano: una sera siamo andati in un ristorante e a me e a Luca (non ne dubitavo) hanno sbagliato l’ordinazione. E così al posto di una succulenta piadina ricolma di ogni delizia ci hanno portato una minestra di verdure e cuscus…….che tristezza!

Pietro

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